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HIV: e se il virus morisse di fame?

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Messaggio Da Gex Mer 15 Feb - 14:02

Si dice che la risposta ad ogni domanda stia nella domanda stessa. Pare che l’elemento che possa proteggere tutti noi dall’Hiv sia proprio una proteina, contenuta nel nostro corpo. Quanto questo è effettivamente vero?

La scienza si fonda su dati certi e riguardo questa notizia c’è uno studio pubblicato su Nature Immunology dagli scienziati del New York University Langone Medical Center. La scoperta è fondamentale per lo studio di nuove strategie farmacologiche che potrebbero aiutare a rallentare il progredire della malattia stessa.

Il virus dell'immunodeficienza umana è il virus responsabile della sindrome da immunodeficienza acquisita (AIDS). Tale virus attacca il sistema immunitario in modo tale da indebolirlo al punto che qualsiasi infezione può diventare fatale; tuttavia ci sono due unità biologiche che immunizzano il corpo, che pare siano “dure a morire”: i macrofagi e le cellule dendritiche.

Da qui l’idea di creare un meccanismo di resistenza che ha come protagonista la proteina SAMHD1: la molecola sarebbe capace di distruggere i Dntp, ovvero i deossi-nucleotidi-tri-fosfati, che rappresentano un’arma per la proliferazione del virus.

Dobbiamo immaginarli come mezzi che servono all’interno del DNA, per la duplicazione e per la sopravvivenza del virus stesso. La scoperta è che la SAMHA1 è capace di diminuire i livelli di “Dntp” presenti nelle cellule, osservando che oltre una soglia minima di nucleotidi queste non riuscivano più a replicare il virus. Ciò, tradotto in termini pratici, impediva all’Hiv di progredire. Se invece la proteina veniva rimossa, i livelli di proteina “Dntp” aumentavano escludendo la possibilità di prevenire il contagio. Nei meccanismi infettati, l’azione della proteina è, invece, bloccata da un’altra molecola, chiamata Vpx, che è presente nel virus stesso.

Dallo studio si è evinto che la proteina SAMHD1 viene prodotta proprio dai macrofagi e solo loro custodiscono il segreto per impedire al virus di replicarsi. Baek Kim ricercatore dell’Università di Rochester, che ha partecipato allo studio, sostiene che “il nostro sistema immunitario non vuole che i parassiti riescano a prendere possesso del meccanismo che permette loro di replicarsi, dunque è sensato che questo tipo di difese siano prodotte proprio da quelle cellule che non si riproducono affatto”.

Ora la chiave giusta sarà trovare il bilanciamento tra la quantità di SAMHD1 e dei Dntp, visto che questi non si possono eliminare del tutto. Nathaniel Landau, coautore dello studio, ha invitato ad immaginare la proteina che letteralmente “affami” il virus e così, entrato nella cellula, non ha più possibilità di replicarsi, così comportando che la forma più comune di Hiv non riesca ad infettare queste cellule. Landau conclude dicendo che la guerra con i virus è molto difficile da vincere perché essi evolvono in tempi brevissimi e l’unica cosa da capire è “come il nemico combatte in modo da batterlo in astuzia”.

A settembre dello scorso anno fu reso noto uno studio riguardante la scoperta di un vaccino che poteva combattere l’Hiv; esso era in grado di attivare la risposta immunitaria nel 90% dei casi. Questo, noto come MVA-B, è un siero messo a punto dal “Consiglio Superiore della Ricerca” spagnolo con l’aiuto del “Gregorio Marañón Hospital” di Madrid e “l'Hospital Clinic” di Barcellona.

L’85% del campione mantiene una risposta al virus per ben un anno. Il nuovo vaccino, brevettato su un campione di 30 volontari, si basa sulla capacità di stimolare il nostro sistema immunitario in modo da renderlo capace di reagire contro virus e cellule infettate. Mariano Esteban, ricercatore capo del Centro nazionale Biotech del CSIC, spiega che questo vaccino ha dimostrato davvero di essere “potente come nessun altro vaccino in questa fase di studio”.

Nel 2008 il siero aveva già dimostrato un'efficacia elevata sui topi e sui macachi affetti dal virus dell'immunodeficienza delle scimmie (Simian immunodeficiency virus, o SIV). Grazie alle risposte incoraggianti, molto presto sarà sperimentato su pazienti affetti da Hiv.

La strada della ricerca è aperta e viaggerà, da ora in poi, con una nuova consapevolezza, ma come utilizzare questa scoperta pare ancora un mistero. La proteina, il vaccino, dimostreranno davvero di essere efficaci? E quanto tutto questo riuscirà effettivamente ad abbattere una piaga come l’Hiv, che nel mondo miete tantissime vittime? Se la risposta sta nella domanda allora queste scoperte ci porteranno molto lontano e i pazienti di tutto il mondo non aspettano altro: la possibilità che ciò che in laboratorio funziona si possa, ben presto, tradurre in efficacia farmacologica e in terapie capaci di eliminare sofferenza e disagio. D’altronde, a cosa serve la scienza se non a questo?

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